filo diretto (blog) | contatti | presentazione | scarica banner

 

 

 

 

 
filo diretto (blog)

 

 

 

25.11.2009, 09:21 - di: stefano bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  MALEDETTI ARCHITETTI! (novembre 2009)

I brandelli di campagna sfuggiti all’urbanesimo selvaggio degli ultimi decenni sono meravigliosamente piacevoli da osservare. Vi si riconosce un' armonia e un ordine che derivano non tanto dagli elementi di naturalità sopravissuti, ma dall’impronta lasciata da generazioni di contadini che per secoli hanno disboscato, spostato pietre, piantato alberi, allineato filari, regimato le acque. Un lavoro immenso, che ha prodotto un paesaggio straordinario, incredibilmente realizzato, non secondo un progetto o un disegno preordinato, ma per effetto di un rapporto tra uomini e territorio, tra cultura e natura. L’antico ordine sociale della aristocrazia, per quanto ingiusto, organizzava il territorio per finalità produttive, ma includeva il perseguimento della bellezza, dell’opera che dà piacere allo sguardo. Ai nobili e ai proprietari terrieri spettavano le ville patrizie con facciate neoclassiche, al popolo le case di pietra e legno, di mattoni cotti, di intonaci fatti con la terra. I centri storici dei nostri paesi sono fatti di edilizia minore, tramandata per mestiere nei modi e negli stili, nelle tecnologie e nelle forme. Un' estetica omogenea, riconoscibile perché originata dall'adattamento delle tecniche costruttive alle esigenze dell'uomo sul territorio: tetti a due falde, la linea del colmo parallela alla linea di livello del pendio, finestre verticali, più piccole sul lato nord…. A partire dagli anni sessanta un altro modo di produrre ha sostituito il secolare rapporto dei veneti con la propria terra. Il paesaggio dell’ancien régime è stato sommerso da brutti capannoni prefabbricati e sgraziate villette a schiera. L’assalto edilizio è tanto più forte là dove sono più presenti gli elementi storici e naturali del paesaggio. La nuova edilizia li distrugge e se ne accaparra le qualità naturali, sociali, e collettive, privatizzandone il valore. Alla società civile si è sostituita una sommatoria di interessi privati e il segno territoriale che deriva dalla società individualista è la città diffusa, quella sorta di periferia che mani anonime e geometrili hanno disegnato a ridosso dei nostri paesi, seguendo logiche strettamente speculative. Bifamiliari con giardino recintato e nanetti. Nel mare magnum delle brutture edilizie contemporanee è annegata anche l'architettura. L'arte cioè di segnare un luogo e un tempo storico con una costruzione, assolvendo ad un compito al tempo stesso funzionale e di rappresentazione formale. Quante opere veramente degne di nota sono state realizzate nei nostri paesi negli ultimi anni? Quante di queste opere vengono portate ad esempio? Dalla alluvione cementizia di opere insignificanti degli ultimi anni emergono pochissime opere in cui l'architettura ha assunto forme non banali: la Dogana Veneta a Lazise, la riqualificazione del lungolago di Bardolino, l'impianto di Gardacqua a Garda, la biblioteca di Affi. Con la rarefazione delle buone architetture è cresciuto invece il numero di coloro che discutono di architettura e urbanistica: ne parlano tutti, ambientalisti, politici, imprenditori, giornalisti. Spesso con il vezzo di parlare male delle poche opere che emergono per originalità dal contesto di banalità e brutture che ci circonda, come succede in particolare per le opere interamente nuove, il lungolago di Bardolino e Gardacqua. Passano sotto silenzio migliaia di metri cubi di edilizia insignificante, spesso orrenda, ma se un architetto tenta un gesto progettuale fuori ordinanza lo si maledice. Come se l'emergere di una qualche varietà formale fosse di per sé disdicevole. Certo l'architettura non è una scienza perfetta e infallibile, talvolta può avere esiti discutibili, ma quando essa è parte di un onesto processo intellettuale di ricerca funzionale e formale, si vorrebbe che anche i fruitori e i cittadini facessero uno sforzo per evitare giudizi sommari e riconoscessero lo sforzo dei progettisti nel coniugare necessità tecniche e forme compositive. Una disposizione d'animo che aiuta a capire e apprezzare qualche buona architettura, fuori dal luogo comune della critica generalizzata...

 

 

24.11.2009, 16:46 - di: stefano bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  POVERI CRISTI (novembre 2009)

A Coccaglio, un paese in provinciali Brescia, la caccia ai clandestini si fa in nome del Natale. L'amministrazione di destra - sindaco e tre assessori leghisti, altri tre Pdl - ha inaugurato nel piccolo comune bresciano l'operazione "White Christmas". Fino al 25 dicembre, nel paese bresciano, poco meno di settemila abitanti con 1500 stranieri, i vigili vanno casa per casa a suonare il campanello di circa 400 extracomunitari. Quelli che hanno il permesso di soggiorno scaduto da sei mesi e che devono aver avviato le pratiche per il rinnovo. "Se non dimostrano di averlo fatto - dice il sindaco Franco Claretti - la loro residenza viene revocata d'ufficio". "Da noi non c'è criminalità - tiene a precisare il sindaco leghista - vogliamo soltanto iniziare a fare pulizia". La notizia pubblicata da “La Repubblica” arriva 15 giorni dopo quella della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha stabilito la rimozione dei crocefisso dalle aule delle scuole pubbliche. L’allontanamento del Cristo dovrebbe avvenire, secondo questo giudizio perchè si ritiene che la sua presenza "possa essere perturbante dal punto di vista emozionale per gli studenti di altre religioni o che non ne professano alcuna", violando in tal modo gli artt. 18 e 26 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1948. L’esibizione del crocifisso, inoltre, costituirebbe «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». Scritta così, la sentenza ha suscitato dure critiche perfino tra i non credenti perché anche il più ostinato ateo materialista deve onestamente riconoscere nell’Uomo che muore sulla croce il simbolo dell’amore per il prossimo, del sacrificio senza ricompensa, della speranza in una vita oltre la morte. Tra coloro che hanno gridato più forte alla scandalo per la sentenza della Corte Europea ci sono gli esponenti della Lega che si sono autonominati in “Padania” al ruolo di difensori della nostra millenaria tradizione religiosa e cristiana. Il crocefisso a scuola non si tocca! E dove mancava l’hanno appeso. Vogliono il crocefisso nelle scuole mentre fanno uso di simboli celtici, messinscene pagane e “ampolle del dio Po”. Non sanno che la pena della crocifissione era al tempo dei romani tanto atroce e umiliante che non poteva essere comminata a un cittadino romano ma era applicata solo agli schiavi e agli stranieri come, appunto, il Cristo che era Giudeo? Sono pronti a indossare la camicia verde per difendere l’immagine sacra scolpita nel legno dello Straniero appeso alla croce e altrettanto pronti, con la stessa ottusa verbosità, a dare la caccia a quei poveri cristi in carne e ossa che la perdita del lavoro in tempi di crisi, protratta per sei mesi, ha reso incolpevolmente clandestini. Ma se uno non capisce che l’appartenenza umana vale più di tutte le appartenenze, se non prova compassione, se non si sente spinto, umanamente, a difendere i diritti dei deboli, dei sacrificati e degli emarginati, se non vuole che i diritti di cui egli gode siano i diritti di tutti, che senso ha che si appelli ai simboli della fede, alla nostra tradizione religiosa? Che conta il suo blaterare di cristianesimo se non ne capisce le fondamenta? Che serve proclamare valori che non si è disposti applicare?..

 

 

13.09.2009, 16:57 - di: stefano bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  STORIA DI UNA PANCHINA (settembre 2009)

Quasi 500 cittadini veronesi durante l'inverno si sono incontrati in più occasioni con prestigiosi relatori per ragionare insieme sui sempre più cupi divieti che incombono sulle nostre vite e sulle città ed hanno individuato come simbolo della città chiusa, discriminante e paurosa l'atto scellerato dell'amministrazione comunale veronese di togliere le panchine dai giardini in cui erano soliti sostare, anche gli stranieri. Togliendo le panchine, si sono ridotti i diritti di tutti: il diritto ad una sosta ristoratrice, a giardini pubblici curati, il diritto al riposo, alla convivialità, all'incontro casuale con altri, il diritto a godere 'gratuitamente' della vista della città... Tutti i sabati di maggio a mezzogiorno portando le proprie sedie da casa, i membri del comitato “Verona città aperta” si sono riuniti nel disadorno giardinetto di Via Prato Santo a Verona semplicemente per stare assieme, offrendo a chiunque un aperitivo, una poesia, una lettura, uno spettacolo, a simboleggiare la possibilità di una città aperta, giusta, ospitale e gioiosa. E giovedì 9 luglio sono passati all’azione offrendo a quel giardinetto e a tutti i veronesi una verde e luccicante panchina voluta e comprata direttamente da loro. La panchina, ben confezionata con elegante fiocco rosso, è stata posizionata: «a disposizione di chiunque voglia sedersi nei Giardini di Via Prato Santo», come recitava la targa affissa dal Comitato. Contravvenendo ad un'altra ordinanza, hanno tutti pranzato lì, sulla panchina, attirando, nell'ordine: un ragazzo del Senegal, sei turisti tedeschi in attesa di andare a vedere Carmen in Arena, un ragazzo con le stampelle, che sulla panchina ha trovato un po' di riposo….. Proprio alle 19, l'ora stabilita per l’inaugurazione “ufficiale”, una pioggia torrenziale ha costretto tutti a scappare. Giusto in quel momento è arrivata una macchina dei Vigili Urbani, mandati per controllare la “manifestazione”. La spiegazione di quanto stava avvenendo li ha lasciati letteralmente stupefatti: «Se lo raccontiamo, nessuno ci crederà! Dei cittadini che regalano un bene alla collettività…” L'indomani mattina, alcuni residenti della zona, poco prima delle 8, acquistati i quotidiani, hanno deciso di andare a leggerli, come si fa in tutte le città del mondo, al giardinetto, sulla panchina. Ma la panchina era sparita, non c’era più! Allora al suo posto ci hanno messo due sedie, che sono restate lì per qualche giorno, fino alla ordinanza di sgombero del comune alla quale i cittadini hanno subito ubbidito. Sembrava tutto finito, ma ai primi di agosto, al presidente dell’associazione sono arrivate due contravvenzioni, una dei vigili urbani di 163 euro e l’altra del settore Commercio di 149, per «occupazione abusiva di suolo pubblico». Un mondo alla rovescia, in cui i cittadini che si prendono a cuore la cura della città vengono puniti e i politici che dovrebbero farlo per mestiere, si sentono autorizzati a deturparla...

 

 

20.06.2009, 15:58 - di: Stefano Bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  ONERI DI URBANIZZAZIONE E SPESE CORRENTI (maggio 2009)

In tempi recenti, oltre alla spinta della speculazione edilizia privata, il consumo di territorio ha trovato un alleato nella situazione di bilancio dei comuni e nella legge che consente ai sindaci di applicare alla parte corrente dei bilanci gli oneri di urbanizzazione. Si sentono sempre più spesso gli amministratori comunali ammettere apertamente di promuovere lottizzazioni e nuove costruzioni allo scopo di reperire risorse economiche. A parte il fatto che, con il pretesto di garantire ai cittadini un adeguato livello dei servizi, si promuovono spesso programmi elettorali megalomani e spese voluttuarie fuori controllo, così facendo si innesca un circolo vizioso: più costruzioni vuol dire più cittadini, più cittadini vuol dire più servizi…. di nuovo, altre costruzioni. E’ forse opportuno ricordare brevemente come si è arrivati a questa situazione. Gli oneri di urbanizzazione, nati nel 1977 per finanziare la realizzazione di strade, parchi, asili, illuminazione, in generale investimenti in opere pubbliche per i cittadini vennero qualificati dal Ministero dell’Interno “entrate una tantum” per il loro carattere di straordinarietà e per l’obbligo di deposito in apposito conto corrente vincolato. Vennero quindi collocati nei bilanci dei comuni tra le Entrate del Titolo IV (Entrate derivanti da alienazioni, da trasferimenti di capitale e da riscossioni di crediti) e le relative contropartite tra le Spese del Titolo II (Spese in conto capitale). Dunque una destinazione vincolata agli investimenti delle amministrazioni comunali per dotare paesi e città dei necessari servizi. Nel redigere il Testo unico sull'edilizia n. 380/2001 l'allora Ministro Bassanini omise di riportarvi l'art. 12 della legge 10/77 (Bucalossi) che obbligava i comuni a versare gli oneri di urbanizzazione nel conto vincolato. Nel 2004 l'Associazione nazionale delle Tesorerie comunali rivolse un quesito al Ministro delle Finanze. Il ministro in carica, on. Tremonti, prontamente rispose che se nel Testo Unico la norma non c'era, voleva dire che l'obbligo non era più vigente. Da quel momento i Comuni si sono dati alla pazza gioia saccheggiando oneri e territorio. Poi è tornato il Governo Prodi, che ha confermato l'andazzo per altri tre anni….adesso, invece, ci pensa Berlusconi…. Prendiamo ad esempio il comune di Cavaion: nel bilancio di previsione 2009 sono previsti oneri di urbanizzazione per 1.690.200 Euro. L'andamento degli incassi degli oneri di urbanizzazione negli anni precedednti è stato questo: anno 2004 Euro 995mila, anno 2005 Euro1.127mila, anno 2006 Euro 1.076mila, anno 2007 Euro777mila, anno 2008 Euro 865mila. La cifra prevista per il 2009, come si vede è totalmente irrealistica, perché anche negli anni di maggiore espansione edilizia non si è mai raggiunto un importo simile, ma questo è la somma indicata in bilancio e necessaria per garantire (sulla carta!) la copertura del disavanzo del nostro comune. Ma se questo è il gioco, è facile immaginarsi il futuro che ci aspetta: il territorio sarà svenduto per ragioni di bilancio. Se una metafora può rendere l’idea è come se per andare in vacanza, vendessimo la casa. Al contrario, svincolare il futuro del territorio dalle esigenze contingenti di bilancio è un passo fondamentale per gestire correttamente un comune. Solo liberato dallo stato di necessità economica e dall’esigenza momentanea di fare cassa, un amministratore coscienzioso può redigere un piano regolatore pensando a cosa è giusto tutelare, capire quali siano i margini di trasformazione, puntare a minimizzare il consumo di suolo. E’ chiaro che questo vuol dire promesse elettorali ragionevoli e attività amministrativa improntata al risparmio e alla parsimonia. Lo stesso atteggiamento che bisognerebbe tenere quando si programmano trasformazioni irreversibili del territorio...

 

 

20.06.2009, 15:56 - di: Stefano Bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  PIANI REGOLATORI A ZERO CONSUMO DI TERRITORIO (aprile 2009)

Il paesaggio della pianura e della fascia pedemontana veneta e lombarda è segnato non tanto dalla natura quanto piuttosto dal lavoro dell’uomo, dal lavoro di generazioni di contadini che per secoli hanno lavorato la terra. A partire dagli anni ’60 questo paesaggio è stato invaso da capannoni e villette a schiera, conseguenza dello sviluppo economico generato dalla rete delle piccole e medie imprese familiari. Il miracolo del nord est ha dato luogo ad un modello insediativo disordinato e confuso, riconoscibile nella dispersione sul territorio di capannoni e case. Un modello che aveva la sua forza trainante nel passaggio di una intera generazione di uomini dal lavoro agricolo a quello della fabbrica e nell'ansia di riscatto sociale di un territorio che per secoli aveva patito la fame e l’emigrazione. Negli ultimi due decenni le cose sono cambiate: in tutta Italia lo sviluppo edilizio ha avuto come energia propulsiva il processo di valorizzazione economica immobiliare, la cruda speculazione: sull’edilizia si sono trasferiti buona parte degli investimenti originati in altri settori economici, oltre a quelli liberati dalla deindustrializzazione e dal trasferimento all’estero della manifattura. Un fenomeno che ha spesso poggiato sul presupposto volatile del credito. Le più spregiudicate modalità di finanziamento degli investimenti hanno trovato sponda nel comportamento delle amministrazioni pubbliche: promesse, concessioni, varianti, accordi di programma, corruzione. Gli effetti si sono visti: due decenni contrassegnati da un consumo vorace di suolo, vivibilità e bellezza. Oggi, all’improvviso, il colpo di scena: la casa e l’edilizia, dopo essere state, per anni, il principale motore della crescita, si sono trasformate nel principale fattore di crisi economica. Sotto il profilo ambientale siamo al limite, si capisce che nessuno viene dall’Olanda o dalla Germania per guardare il nostro cemento, vengono per il paesaggio, il vino, il cibo. Per le nostre terre, dove il turismo è stato e sarà la principale risorsa economica, la tutela del territorio agricolo diventa una questione centrale: la valorizzazione del paesaggio è innanzitutto salvaguardia della destinazione agricola dei terreni. Che si fa prima di tutto limitando la trasformazione e urbanizzazione del territorio coltivato. Invece, i piani regolatori recenti sul lago e nell’entroterra, assomigliano ai piani di fabbricazione degli anni ’60. Hanno come obiettivo la semplice individuazione di nuove aree da edificare. Minimizzare il consumo di suolo agricolo, questo è l’obiettivo che devono avere i prossimi piani regolatori. Come fare? La risposta è perfino banale. Bisogna smetterla con le seconde case, con l'ipocrisia dei finti alberghi, con i campi da golf con annessa cubatura “turistica”. Bisogna prendere atto che in tutti i comuni dell’entroterra e in quelli costieri del lago si è formata una quota consistente di patrimonio edilizio invenduto. L’accesso alla casa da parte dei residenti e delle giovani coppie per diversi anni sarà un problema di capacità economica, non di scarsità assoluta di immobili disponibili. Non esiste più un fabbisogno reale di nuove costruzioni. Alla nuova, eventuale domanda abitativa, o alle opportunità di sviluppo economico del settore edile si potrà far fronte attraverso: il recupero delle aree dismesse o sottoutilizzate, la saturazione delle zone B di completamento, il completamento delle previsioni urbanistiche esistenti, l’aumento degli indici di edificabilità dentro il tessuto consolidato. la riconversione di aree produttive incompatibili con il tessuto residenziale circostante e con la prevalente destinazione turistica della nostra zona. Tutelare l'ambiente e in particolare il territorio agricolo è il nostro migliore affare. Significa assicurare la conservazione del capitale e riscuotere gli interessi, anziché dilapidare tutta la ricchezza in una sfrenata corsa alla speculazione di breve termine. Anche i più affezionati sostenitori della crescita economica dovrebbero comprendere che non si tratta di arrestare lo sviluppo, quanto piuttosto di cambiarne la direzione e arginarne il carattere distruttivo. Invece che verso l’esterno si può intervenire nell'ambito urbanizzato, costruire sul costruito, sostituire l'edilizia vetusta, riconvertire, ristrutturare, ampliare e consolidare l’esistente, assicurando l'integrità dell'ambiente circostante. Non esiste in natura un processo di crescita che possa proseguire all’infinito. Fermare il consumo di territorio è una scelta che prima poi qualcuno dovrà fare, meglio farla oggi, prima di perdere definitivamente la qualità paesaggistiche e ambientali che contraddistinguono questi luoghi Stefano Bocchio..

 

 

14.03.2009, 11:41 - di: stefano bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  Proposte concrete per la tutela del territorio (marzo 2009)

Che ci siano sempre più spesso convegni che hanno per tema la questione ambientale del lago e del suo territorio è' una buona notizia, vuol dire che inizia a diventare coscienza comune e presupposto condiviso che siamo arrivati a un punto di non ritorno. Il consumo di territorio e lo sviluppo della urbanizzazione non può proseguire così, come avviene oggi, a meno non di perdere definitivamente le caratteristiche paesaggistiche e ambientali di questo territorio. A dire la verità la questione non interessa solo noi del lago, interessa tutto il Veneto e più in generale l’Italia. Se proviamo a pensare cosa rende così appetibile sul mercato turistico internazionale la nostra zona dobbiamo rispondere: lo specchio d’acqua del lago, ma soprattutto le sue sponde, non solo per la presenza di elementi significatici di naturalità, quanto piuttosto per un meraviglioso paesaggio agrario fatto di vigneti, muri a secco, olivi, colline. E’ un paesaggio segnato solo dalla natura quanto dal lavoro dell’uomo, dal lavoro di generazioni di contadini che per secoli hanno lavorato la terra. A partire dagli anni ’60 questo paesaggio è stato invaso da capannoni e brutte villette a schiera. Oggi siamo al limite, si capisce che nessuno viene dall’Olanda per guardare il nostro cemento, vengono per il paesaggio, il vino, il cibo. La tutela del territorio agricolo diventa allora centrale se vogliamo ancora avere un futuro sul mercato del turismo. Dalla tutela del territorio agricolo passa la famosa valorizzazione delle risorse locali di cui tutti parlano, salvo poi proporre campi da golf in ogni paese del lago e dell’entroterra. Per noi, la valorizzazione del territorio è dunque innanzitutto valorizzazione della sua vocazione agricola. Che si fa prima di tutto, ovviamente, limitando la trasformazione e urbanizzazione del territorio coltivato. Invece, i piani regolatori sul lago, anche recenti, assomigliano ai piani di fabbricazione degli anni ’60. Hanno come obiettivo la semplice l’individuazione di nuove aree da edificare. Qualsiasi occasione di sviluppo sembra buona, giusta, conveniente. L’unico criterio è il profitto economico immediato. Il territorio è ancora considerato da molte amministrazioni una fonte inesauribile. La sua tutela e salvaguardia è posta in secondo piano rispetto ad altre priorità: lo sviluppo, la crescita, la finanza. L’esempio più evidente del disordine urbanistico che regna su questo territorio è probabilmente la piana tra Affi, Costermano e Caprino. Osservando la disposizione delle aree artigianali-industriali dalla sommità del monte Moscal, è evidente che non solo ogni comune ha realizzato la sua zona produttiva distinta da quella degli altri, ma che ogni sindaco, nel tempo, ha preteso la propria, in nome dello sviluppo e del progresso. Alla fine abbiamo realizzato un territorio altamente urbanizzato, con aree residenziali a bassa densità abitativa che sprecano molto territorio, capannoni in ordine sparso, grandi centri commerciali, svuotamento di funzioni dei centri storici, una rete di strade maglia fitta che privilegia la mobilità privata su quattro ruote. Viviamo male noi e il turismo inizia la sua crisi. La tutela dello spazio agricolo diventa quindi la questione centrale su cui discutere se si vuole dare un futuro di alta qualità ambientale a questo territorio. In tempi recenti, oltre alla solita spinta della speculazione edilizia il consumo di territorio ha trovato un alleato nella precaria situazione di bilancio dei comuni e nella legge che consente di applicare alla parte corrente dei bilanci gli oneri di urbanizzazione. Sempre più spesso si sentono amministratori dichiarare che si lottizza e si costruisce per garantire ai cittadini un adeguato livello dei servizi. Ma è un circolo vizioso, più costruzioni, più cittadini, più servizi…. di nuovo, altre costruzioni. Ma chi amministra un comune può fare scelte diverse, può decidere di seguire una strada alternativa? Forse si, se si considera che la questione non è quella di fermare lo sviluppo edilizio, ma di indirizzarlo sul già costruito. I nostri paesi non devono fermare lo sviluppo, devono invertire la direzione: anziché espandersi verso l’esterno devono crescere verso l’interno, aumentando la densità, alzando il numero dei piani, riempiendo gli spazi liberi e recuperando le situazioni di degrado esistenti. La sostituzione degli edifici degli anni ‘60’ e ‘70 privi di qualità edilizia, non isolati termicamente, può senz’altro essere premiata con aumenti di cubatura del 20 o 30 % a condizione che si ponga termine alla distruzione del territorio agricolo. 2.DUE QUESTIONI IN SOSPESO Quando si parla di processi decisionali che hanno a che fare con l'urbanistica bisogna anche dire che alcune questioni di carattere generale sono rimaste in sospeso. L’insostenibile pesantezza della rendita fondiaria La questione della rendita fondiaria ha occupato per decenni il dibattito culturale e lo scontro politico in Italia. Da alcuni anni nessuno ne parla più eppure questa è una questione centrale. Chiunque abbia assistito ad un consiglio comunale alle prese con l’approvazione di un piano regolatore sa come vanno le cose: in una sera qualunque, un voto dei consiglieri di maggioranza, può cambiare la destinazione urbanistica di un terreno agricolo e moltiplicare per 10 o per venti volte il suo valore. Senza nessun merito, senza nessun lavoro, cambia la vita del suo possessore. E’ chiaro che tutti i proprietari di terreni agricoli sono fortemente motivati a trasformare la destinazione urbanistica dei terreni ed è chiaro che per politici ed amministratori questo diventa facilmente un argomento di clientelismo politico. I piani regolatori mettono in gioco un sacco di soldi, difatti le giunte cadono sempre sui piani regolatori, non cadono mai sulle politiche sociali. La soluzione tecnica non è difficile, bisognerebbe rendere i cittadini indifferenti dal punto di vista economico all’incremento di valore dei terreni per effetto della trasformazione in edificabile, ad esempio con una tassa che preleva per intero al momento della vendita l’incremento di valore dovuto alla nuova destinazione urbanistica. Il nodo è evidentemente politico ed è la politica che lo dovrebbe risolvere. Licenza di uccidere il terriorio Con le riforme della pubblica amministrazione di metà degli anni ’90, come la cosiddetta Bassanini, é stato messo da parte il sistema di controlli sulla regolarità degli atti amministrativi delle pubbliche amministrazioni. Eliminata l’attestazione di legittimità con la firma del Segretario Comunale, eliminato il comitato regionale di controllo, ridotta ai minimi termini la possibilità di ricorso al TAR. Quando il comune di Cavaion ha approvato la variante al piano regolatore che cancellava dalle norme di attuazione del piano regolatore in divieto di vendita frazionata degli alberghi, la mia associazione, il Melograno ha scritto a tutti, per segnalare cosa stava succedendo al Borgo del Sole. Provincia, Regione, Prefetto, Procura della repubblica, abbiamo scritto a tutti! Sapete che cosa ha risposto la Provincia? Ha scritto testualmente: Le finalità della variante in esame sono coerenti con le direttive del PTRC, che indirizza la programmazione urbanistica comunale a migliorare e incentivare l’offerta turistica nelle sue diverse articolazioni anche alla luce delle mutate esigenze del mercato attuale. Possiamo continuare fare a meno di qualunque controllo della legittimità degli atti amministrativi, per lasciare alla sola magistratura ordinaria il compito di perseguire eventuali reati? 3. ALCUNE PROPOSTE CONCRETE Spese correnti e oneri di urbanizzazione La prima proposta concreta su cui occorrerebbe vorremmo strappare un impegno dei sindaci è l’impegno a non utilizzare gli oneri di urbanizzazione per la copertura delle spese correnti. Una dichiarazione semplice: l'ambiente non si monetizza. Le amministrazioni non devono urbanizzare il territorio sotto la pressione delle necessità di bilancio. Sappiamo bene che questo vuol dire promesse elettorali ragionevoli e attività ammistrativa improntata a parsimonia e austerità. Lo stesso atteggiamento che occorre tenere quando si programmano trasformazioni irreversibili del territorio. Piani regolatori a consumo di territorio zero La seconda proposta è l’impegno realizzare piani regolatori a zero consumo di territorio agricolo. Nessun limite preconcetto all’incremento di volumi e allo sviluppo edilizio all’interno del perimetro del costruito, ma sospensione del consumo di territorio coltivato. Non rinunciare allo sviluppo edilizio, ma invertirne la direzione: costruire sul costruito, aumentando le densità. Coordinamento degli enti di pianificazione Pochi territori sono così intensamente pianificati come il nostro: piani regionali, provinciali, piani d’area, piani regolatori comunali, una valanga di carta. Se però guardiamo agli effetti reali di tutta questa sovrapianifcazione l'impressione è che nel Veneto si possa fare legalmente quello che nel meridione si fa abusivamente. Inoltre non c'è nessun coordinamento concreto tra gli enti che decidono le sorti del territorio, con sindaci di paesi confinanti che si ignorano e nessun coinvolgimento dei cittadini. Si sono coordinate perfino le associazioni ambientaliste, vogliamo fare uno sforzo per aprire un tavolo di discussione e confronto permanente tra le amministrazioni pubbliche e gli altri soggetti sociali interessati? 4. INFINE, UNA DOMANDA: E LA NAUTURA? Anche stavolta ho scritto del territorio e dell’ambiente come risorsa economica, come opportunità di sviluppo, come potenziale motore di benessere, ecc. perchè così è in uso che ne se ne parli. Benissimo. Vogliamo iniziare a parlare della natura? (della natura non della campagna coltivata.) Della natura e basta, senza relazione con l’economia, pensando per una volta quanto spazio siamo disposti a lasciarle sul nostro territorio per garantirci un equilibrio ecologico, una rigenerazione delle risorse che ci assicuri anche per futuro cibo sano, acqua pulita, aria respirabile?..

 

 

09.07.2008, 17:30 - di: Stefano Bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  CAMBIARE DIREZIONE (giugno 2008)

Lo sviluppo del nostro paese non è conseguenza della naturale crescita demografica dei suoi abitanti ma è l’esito di molteplici operazioni immobiliari che sfruttano il potenziale naturalistico e paesaggistico del paese e richiamano residenti dalle città vicine o abitanti per usi turistici e del tempo libero. Cavaion cresce sotto la spinta di forti interessi speculativi che la politica asseconda. Nelle aree panoramiche, sulle colline con vista lago si costruiscono ancora seconde case; agli ospiti tedeschi si sostituiscono italiani benestanti che cercano uno spazio di verde per il fine settimana. Nelle nuove lottizzazioni residenziali si insediano prevalentemente famiglie e persone che lasciano la città e cercano una dimensione abitativa più rada, meno affollata, più prossima al verde. La qualità dei progetti e dei manufatti edilizi è spesso scarsa ma questo non importa ai nuovi acquirenti che associano in modo univoco la bassa densità edificatoria con la qualità dell’edilizia. I cittadini che si trasferiscono in paese sono disposti ad abitare persino nelle aree più svantaggiate, nei pressi delle superstrade ad esempio, pur di lasciare il condominio di città. Così, il paesaggio agricolo e le pendici verso il lago si stanno colmando di edifici il cui valore di mercato è direttamente proporzionato alla panoramicità della vista ed alla tipologia edilizia. Il rovescio della medaglia è che l’edificazione a bassa densità consuma grandi porzioni di territorio cancellandone a volte le migliori caratteristiche ambientali. L’equilibrio degli spazi liberi e del territorio edificato, il rapporto tra l’espansione urbana e il paesaggio agricolo sono evidentemente in crisi in tutto l’entroterra del lago per la forza di espansione della speculazione che compromette un quadro ambientale costituito in secoli di storia umana e naturale. La città nuova invade la campagna, i paesi tendono a diventare un unico edificato perdendo gli spazi di separazione che ne definivano la singola identità. Il tema che oggi dovremmo porre al centro dell’attenzione è quello della scarsità di suolo e della necessità di porre un freno al consumo di terreno agricolo. Deve cambiare la nostra prospettiva perché non possiamo più immaginare il verde agricolo come uno spazio “qualsiasi” in attesa di edificazione, è necessario promuovere politiche urbanistiche che ne risconoscano il valore identitario naturalistico ed ecologico. Non possiamo più agire costipando di costruzioni il territorio che abbiamo a disposizione altrimenti ne distruggiamo definitivamente e irrimediabilmente ogni valenza paesaggistica e ambientale. Bisogna al contrario promuovere uno sviluppo sostenibile e durevole che utilizzi nuove risorse territoriali solo quando non esistono alternative alla riorganizzazione e riqualificazione degli insediamenti esistenti. Una parziale ma possibile strategia di difesa del territorio agricolo è il pieno utilizzo delle aree che vengono urbanizzate e la densificazione delle zone già costruite. La scarsità di suolo, la necessità di non imporre ulteriore pregiudizio alle generazioni future imporrebbe un cambio di direzione; anziché crescere verso l’esterno, Cavaion dovrebbe crescere verso l’interno aumentando la densità edilizia, alzando un piano, utilizzando i sottotetti, sfruttando tutti gli spazi e gli interstizi. Di pari passo dovrebbe aumentare anche la concentrazione di servizi e funzioni, di relazioni e di spazi pubblici; il futuro andrebbe pensato ri-progettando il centro del paese attorno a Via Fracastoro, dove si sono già insediati la maggior parte dei luoghi di socialità del paese, liberando le strade da una circolazione automobilistica invasiva e potenziando tutti gli spazi di relazione pubblica...

 

 

21.03.2008, 12:13 - di: Stefano Bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  CREDITI EDILIZI IN SALSA CAVAIONESE (gennaio 2008)

Nel Veneto, purtroppo, si riscontrano situazioni urbanistiche e paesaggistiche davvero deprecabili: ville cinquecentesche attorniate da lottizzazioni, capannoni in mezzo alla campagna, vecchi allevamenti intesivi in prossimità dei paesi. E’ proprio per cercare di rimediare a queste situazioni che nella legge regionale sul governo del territorio nr. 11 del 2004 è stato istituito il “credito edilizio”. Il credito edilizio, nella definizione del testo di legge, è un istituto legato alla riqualificazione ambientale: “il comune nell’ambito del piano di assetto del territorio individua le eventuali opere incongrue, gli elementi di degrado, gli interventi di miglioramento della qualità urbana e di riordino della zona agricola definendo gli obiettivi di ripristino e di riqualificazione urbanistica, paesaggistica, architettonica e ambientale del territorio che si intendono realizzare …” (art. 36, punto 1) E ancora “la demolizione delle opere incongrue, l’eliminazione degli elementi di degrado, o la realizzazione degli interventi di miglioramento della qualità urbana, paesaggistica e ambientale … determinano un credito edilizio…”. (art. 36, punto 3). In fondo un idea semplice ed efficace: a chi realizza opere che contribuiscono al miglioramento del paesaggio e dell’ambiente (demolizione di baracche, di edifici fatiscenti, ecc.) il comune, attraverso il Piano di Assetto del Territorio (PAT), può riconoscere il diritto ad una certa volumetria che sarà commerciabile e realizzabile laddove previsto dal piano. Il credito edilizio è pertanto uno strumento finalizzato in via esclusiva al ripristino della qualità dei paesaggi naturali e urbani, che andrebbe utilizzato con sensibilità ed equilibrio per migliorare il contesto ambientale del nostri paesi e della nostra regione. A Cavaion invece, il nuovo istituto è stato subito reinterpretato dagli amministratori locali che, con una recente delibera di consiglio comunale avente per oggetto un progetto per l’asilo nido, hanno stabilito che anche le cubature, residue o non utilizzate, previste dal vecchio piano regolatore sono “crediti edilizi” e possono essere venduti e trasferiti. In sostanza, viene cancellata l’idea che il credito sia generato da un interesse pubblico al riordino ambientale ed affermato il principio che esso si forma come puro valore speculativo legato alla capacità edificatoria del suolo. L’idea non è nuova, è contenuta in una proposta di legge regionale (che prevede, tra l’altro, che i crediti debbano essere ceduti in via esclusiva ad un agenzia regionale che li può traslare da un comune all’altro). L’Anci, l’associazione nazionale dei comuni italiani, ha commentato che questo «significherebbe immettere quantitativi incontrollati di nuovi volumi edificabili sugli attuali piani comunali, in barba ai dimensionamenti, andando a generare nuove aree d’espansione senza nessun controllo di tipo urbanistico e infrastrutturale. In altre parole, sui piani veneti verrebbero a riversarsi milioni di metri cubi di volumetrie senza che a monte venga fatta la giusta programmazione». Per questo, l’Anci ha chiesto di fermare la proposta e continuare invece con l’attuazione della riforma ubanistica attuale (manca l’atto d’indirizzo della Regione che definisca “criteri per l’omogenea applicazione della perequazione, dei crediti edilizi e della compensazione”)...

 

 

21.03.2008, 12:10 - di: Stefano Bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  CINQUEMILA (novembre 2007)

Cosa rende il nostro paese di Cavaion così attraente da essere scelto da molte famiglie che si trasferiscono qui? Cosa cercano le tante persone che vengono da fuori ogni fine settimana per passare insieme ai residenti qualche giorno di festa? Cavaion piace perché è un paese dalle dimensioni umane, caratterizzato da un buon clima e da una certa genuinità sociale che permette il mantenimento di quei valori comunitari di vicinanza e solidarietà legati alla tradizione. Per i turisti e per i non residenti Cavaion rappresenta una sorta di riserva naturale e culturale dove essi ricercano una particolare dimensione di vita: più vicina alla natura, protetta dai mali e dai pericoli della città, dove si possono ritrovare benessere fisico e spirituale, dove si possono ancora scoprire prodotti naturali, cibi genuini e cucina tipica. Ecco perché il commento più ricorrente tra ospiti e residenti nell’osservare la tumultuosa crescita edilizia del paese è un malinconico “stanno rovinando Cavaion”. E quando si sente dire la parola “rovinando” si capisce che non viene espresso solo un giudizio estetico sulla peggiorata qualità del paesaggio ma emerge il senso di impoverimento materiale e spirituale che deriva dalla perdita di quella dimensione paesana ritenuta così preziosa. Non è la nostalgia dei bei tempi andati né il mito della civiltà contadina ma l’ impressione che sia minacciata una possibilità di vita in un ambiente sano e socialmente equilibrato. Chissà quale sarà adesso per gli amministratori di questo comune il nostro nuovo obiettivo di crescita dopo che per anni hanno insistito a dire che “dovevamo” raggiungere i cinquemila abitanti. Chissà se capiranno che lo sviluppo economico ed edilizio suona stonato quando bada solo a se stesso, ed oggi è persino impopolare quando non si interessa della qualità della vita, del territorio e dell’ambiente...

 

 

21.03.2008, 12:05 - di: Stefano Bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  LA QUESTIONE AMBIENTALE IN ITALIA (giugno 2007)

Sulle questioni ambientali si è ottenuto quel che si poteva ottenere con un sistema all'italiana: normative rigide e severe, controlli scarsi e approssimativi, tutti che si arrangiano nel “sommerso”. Si è avuto successo in molte misure puntuali a carico delle imprese (perché è facile fissare limiti e standard), ma si è molto indietro sulle questioni che richiedono vere e proprie strategie e un'azione pubblica efficace, ad esempio nella produzione di energie da fonti rinnovabili. La pressione per un allentamento dei vincoli ambientali resta alta, anche se ormai il mondo industriale e agricolo è diversificato e non costituisce più un blocco omogeneo che resiste all'innovazione e alla tutela ambientale. Ciò nonostante, nella gran parte delle regioni italiane è cambiata -soprattutto nel corso di questo ultimo decennio - la qualità del problema ambientale. Gli scarichi idrici e atmosferici e lo stesso smaltimento dei rifiuti, non costituiscono più - se non in alcune aree dove la situazione è precipitata come nella regione Campania - una emergenza e un rischio. La sfida ambientale si è spostata sul campo delle politiche urbanistiche, sul consumo del territorio, sulla tutela del paesaggio, sul ripristino e sulla tutela degli ambienti verdi e naturali. E sempre più spesso il conflitto è socialmente e politicamente trasversale, perché la qualità della vita e la salute non sono né di destra, né di sinistra, sono interesse di tutti...

 

 

21.03.2008, 11:53 - di: Stefano Bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  GIOVENTU' SPAESATA (febbraio 2006)

Una volta per andare da un paese all’altro, si percorreva uno spazio di campagna coltivata che dava il senso della distanza e della diversità dei luoghi. Finiva un paese, c’era uno spazio non costruito da attraversare, cominciava un nuovo paese, e così via. Ciascuno diverso da ogni altro, così diverso che tra ragazzi di paesi vicini ci tiravamo i sassi. Oggi la città è dappertutto. Lo sviluppo urbanistico ha prima ridotto le distanze, poi riempito di fabbricati gli interstizi liberi ed ora è difficile la percezione di un confine tra città e campagna. Nel Veneto gli urbanisti per descrivere il paesaggio parlano di “città diffusa” oppure del suo contrario, della “campagna urbanizzata”. In questa megalopoli che si è formata senza progetto, solo per saturazione dello spazio disponibile, i veri centri urbani, sono diventati i centri commerciali. A partire dagli anni ottanta, si sono svuotati i centri storici dei paesi e delle cittadine minori e edificati gli ipermercati ai margini delle città o vicino ai grandi nodi di traffico. Oggi i centri commerciali sono l’equivalente contemporaneo dell’Agorà greca, del Foro romano, della Piazza medioevale. Il luogo del mercato, del ritrovo cittadino, dell’incontro, del passeggio e dello struscio. C’è da stupirsi ora se i giovani e le famiglie si danno appuntamento tra gli scaffali colorati della Grande Mela o di Iperaffi? La mutazione in corso è culturale e anche antropologica. Cosa succederà ai ragazzi che alternano la scorreria in motorino e il videogioco domestico alla tappa nel centro commerciale? Chi sa dire com’è un’adolescenza senza passeggiate in giro per il paese, senza le infinite partite di pallone all’oratorio, senza l’ozio sui gradini della chiesa? Ore perse, compiti non fatti, ma ci si affezionava ad uno spigolo di muro, ad una siepe, ad un campetto di pallone, al suono delle campane… si costruiva così il radicamento ai luoghi, un essere del posto perché si conoscevano strade, odori, colori, storie… insomma un’identità e una memoria localizzata, solida e concreta. Che effetti produrrà la frequentazione come punto di ritrovo e d’aggregazione del centro commerciale che è il non-luogo per eccellenza (uguale qui come in ogni altro posto del mondo) e il luogo-senza memoria in senso assoluto, con le luci e la merce rinnovata ogni giorno? I ragazzi, si formeranno un’identità locale attorno allo scaffale che contiene la loro merce preferita? Si costruiranno una memoria fondata sulle occasioni d’acquisto del mese? Chi ha passato la mezza età, osserva sconcertato come lo sviluppo economico contemporaneo sembri essere spinto dalla sola necessità di riprodurre sé stesso attraverso un processo di continua modernizzazione paesaggio, la merce, gli stili di vita e produce con questo lo sradicamento delle identità singole e collettive, cancellando ogni memoria, ogni diversità e appartenenza locale. Un processo d’omogeneizzazione che si associa ad un sistema economico ad alta competizione, capace di mettere tutti contro tutti in una corsa per l’accaparramento della ricchezza. L’esito è una società atomizzata, in cui ognuno è solo con se stesso, composta d’individui mancanti d’ogni di fratellanza e d’appartenenza ad un luogo e ad una comunità...

 

 

21.03.2008, 11:43 - di: Stefano Bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  L'ARIA CHE RESPIRIAMO (settembre 2005)

E’ difficile sfuggire alla cattiva qualità dell’aria fintanto che non sarà disponibile una tecnologia alternativa ai tradizionali motori a combustione. Ma se sul piano del controllo delle emissioni qualche regola si può fissare, (bollini blu, targhe alterne, ecc.) l’attenzione si deve spostare sul piano delle scelte urbanistiche. In luglio un avviso murale dell’assessore all’ecologia del comune di Cavaion, sig. Caldana, informava la popolazione dei rischi per l’esposizione all’ozono atmosferico dovuto all’inquinamento dell’aria. Le categorie più esposte, scrive l’assessore, sono gli anziani, i bambini, le donne in gravidanza, i malati. Occorre evitare di stare all’aperto durante le ore più calde ed evitare l’uso indiscriminato di veicoli e del riscaldamento domestico. (?) Qualche settimana prima, un articolo sull’edizione veronese del Corriere della Sera, raccontava che una serie di comuni a noi limitrofi (Bussolengo, Castelnuovo, Sona…) erano stati inseriti dalla Regione Veneto nella fascia dei comuni da tenere sotto controllo per la presenza nell’aria, oltre la soglia fissata dalla legge, delle famigerate PM10, le polveri sottili che provocano il cancro ai polmoni in misura persino peggiore del fumo di sigaretta. Questa è la situazione generale, ma la questione inquinamento dell’aria in paese, è particolarmente grave lungo Via Pozzo dell’Amore e nelle zone vicine. E’ grave ancor prima che si completino gli ultimi interventi edilizi in corso che porteranno altro traffico su quella strada: i condomini dietro i carabinieri, la lottizzazione alla rotonda, gli edifici a schiera a fianco della superstrada e la lottizzazione commerciale alla Tamoil. Ma il peggio deve ancora arrivare, perché sempre lungo Via Pozzo dell’Amore è previsto il centro commerciale di Baumann, lo svincolo di collegamento alla superstrada, l’intervento di ristrutturazione urbanistica del comparto Giacomelli e un’altra lottizzazione in fondo in via Cà Brusà. Infine, l’ultimo piano regolatore prevede circa 100 appartamenti in loc. Casette, vicino alle piscine, tutta gente che prenderà la macchina più volte al giorno, per le più svariate necessità. Basta chiedere l’opinione sul livello di inquinamento presente ad un qualsiasi residente della zona per sapere che solo l’assenza di “misurazioni ufficiali” ha sin qui risparmiato il sindaco dall’obbligo di adottare le misure tradizionali di riduzione del traffico, ai fine di salvaguardare la salute pubblica. La necessità di imporre limiti alla libertà di movimento è un chiaro indicatore che il territorio è saturo di attività e insediamenti umani e che il livello di degrado ambientale raggiunto impone una politica di contenimento dello sviluppo edilizio e del traffico. Occorre perseguire un’idea di sviluppo sostenibile che ponga la questione della compatibilità dell’espansione urbanistica con la qualità della vita degli abitanti insediati sul territorio. Diversamente da qualche decennio fa, la questione centrale cui la politica dovrebbe dare una risposta non è più lo sviluppo ad ogni costo per sfuggire alla miseria dei nostri nonni, ma come ricercare il benessere dei cittadini assicurando una buona qualità ambientale e un bene primario come la tutela della salute...

 

 

21.03.2008, 11:34 - di: Stefano Bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  NE' CARNE, NE' PESCE (novembre 2006)

Notizia: raddoppiati in un anno i vegetariani All’inizio, qualche anno fa, c’era la peste suina. Poi è toccato alla carne di agnello che non si poteva più mangiare perché le pecore avevano la lingua blu per via delle vaccinazioni. Dopo, la mucca è diventata pazza e hanno tolto l’osso dalla bistecca ma intanto si è saputo che il pesce è pieno di mercurio. A Natale i carabinieri hanno scoperto tonnellate di uova che non andavano bene. I polli hanno il virus dell’influenza ma la televisione ha smesso di parlarne per non creare allarme tra i consumatori…..e per ultimo hanno trovato gli ormoni e la diossina nelle mozzarelle delle bufale della Campania. Adesso arriva la notizia che in un anno sono raddoppiati i vegetariani e ci sarebbe preoccupazione per i posti di lavoro (e i profitti) dell’industria agroalimentare italiana. Neanche una riga sulla qualità della produzione e sui motivi che hanno portato molti consumatori a cambiare abitudini. Queste facce toste sarebbero capaci di chiederci i danni perché abbiamo smesso mangiare le loro porcherie...

 

 

21.03.2008, 11:28 - di: Stefano Bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  ABUSI EDILIZI (maggio 2006)

Per abuso edilizio si intende la costruzione di un opera che in base alle regole vigenti non può essere realizzata. Quindi un concetto che esiste solo in opposizione ad una nozione di uso legittimo del territorio. In poche parole, un edificio che non si può fare perché in contrasto con le norme e le regole che vengono stabilite per legge dal Comune, dalla Regione e dallo Stato. Ecco perché ogni volta che si fa notare all’assessore Sabaini e al sindaco di Cavaion Sartori che il paese diventa sempre più brutto, rispondono che è tutto legale perché tutto è previsto dal loro Piano Regolatore. Hanno ragione, infatti è tutto regolare, ma ci sarebbe da discutere sulla quantità dei Piani (con la prossima saranno sette le varianti in cinque anni) e soprattutto sulla qualità della pianificazione urbanistica locale. Allora, per chiarire il punto, attribuiamo al concetto di abuso il significato di uso esagerato o eccessivo, nel senso che, ad esempio, si abusa dell’alcool. Ecco, a Cavaion si abusa con lo sviluppo edilizio. Adesso di lottizzazione in lottizzazione siamo alla soglia dei cinquemila abitanti. Siano benvenuti i nuovi arrivati, sarà un piacere conoscere nuove persone, ma non si dica come al solito, per giustificazione, che tutte queste costruzioni servivano per i cavaionesi o per le giovani coppie che si sposano. Questa è una bugia perché per queste necessità bisogna promuovere l’edilizia agevolata, non consegnare l’intero paese nelle mani della speculazione edilizia.. Ma è nei confronti del territorio agricolo e del paesaggio che la parola abuso assume il suo significato peggiore, di offesa e di violenza. Il dolcissimo paesaggio rurale dell’entroterra del lago, è violentato da un edificazione invasiva che corrode la campagna e aggredisce le colline. Nel disordine urbanistico che ne deriva, spiccano alcune architetture volgari che occupano con prepotenza il territorio: un capannone verde come palestra per le bocce tra la chiesa e il camposanto, quattro baite tirolesi sulle curve del Ceriel, un ecomostro agricolo sulla strada delle Fontanelle, e così via costruendo….testimonianze di una assoluta mancanza di sensibilità per l’ambiente e per l’aspetto paesaggistico del nostro paese. Ma insomma, bisogna costruire proprio sulla costa del Monte San Michele?..

 

 

21.03.2008, 11:23 - di: Stefano Bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  ETICHETTARE (aprile 2006)

Etichettare le persone e le idee in modo dispregiativo è un vecchio sistema per toglierle di mezzo. Una volta affibbiata l’etichetta, l’idea non vale più niente e la persona è isolata. Non è più un individuo con cui parlare e confrontarsi è un diverso, uno strano, magari anche pericoloso. Negli anni settanta, all’epoca della contestazione, quando a uno gli dicevano “Fascista!” si chiudeva il discorso. Ma i tempi cambiano e adesso le etichette che vanno per la maggiore sono: “No Global” e “Comunista!” In questa campagna elettorale basta pochissimo per sentirsi dare del comunista ed essere associati a qualche sanguinario dittatore, anche se per tutta la vita non si è mai fatto del male a nessuno. Se poi si prova a dire qualcosa sui treni e l’alta velocità oppure sull’energia alternativa si è subito “No global”: violenti, retrogradi, antimodernisti. Insomma, se ti attaccano un etichetta dispregiativa il problema non è più quello che dici, il problema sei tu! Ma è nei tribunali che avviene il vero incantesimo: basta che un politico dica “Comunista!” al giudice e per magia spariscono tutti i capi di imputazione e il politico diventa un innocente perseguitato da un magistrato delinquente...

 

 

21.03.2008, 11:06 - di: Stefano Bocchio

rispondi | inserisci nuovo

  BELLO E BRUTTO (marzo 2006)

Non è vero che è bello solo ciò che piace: bello e brutto sono due categorie distinte, c’è il bello e c’è il brutto. A concepire il bello riescono per inclinazione naturale poeti ed artisti, gli altri solo con studio e applicazione. Al brutto invece purtroppo ci si abitua. Una dimostrazione che la bellezza non è relativa la offre l’osservazione del paesaggio: i brandelli di campagna sfuggiti all’urbanesimo selvaggio degli ultimi decenni sono meravigliosamente piacevoli da osservare. Vi si riconosce un armonia e un ordine che derivano non tanto dagli elementi di naturalità che sono presenti ma dall’impronta lasciata da generazioni di contadini che per secoli hanno disboscato, spostato pietre, piantato alberi, allineato filari, regimato le acque. Un lavoro immenso, che ha prodotto un paesaggio straordinario, incredibilmente realizzato non secondo un progetto o un disegno preordinato ma per effetto di un rapporto tra uomini e territorio, tra cultura e natura. L’antico ordine sociale della aristocrazia, per quanto ingiusto, organizzava il territorio per finalità produttive ma includeva il perseguimento della bellezza, dell’opera che da piacere allo sguardo. A partire dagli anni sessanta il paesaggio dell’ancien régime è stato sommerso da brutti capannoni prefabbricati in cemento e sgraziate villette a schiera. Un altro modo di produrre ha sostituito il secolare rapporto dei veneti con la propria terra. Ai protagonisti del miracolo Nord-Est non è importato nulla di tutelare la bellezza del paesaggio rurale al quale essi legavano piuttosto ricordi di anni duri, di miseria e di fame patita. Non è bastata una zona industriale per ogni paese, ogni nuovo eletto sindaco ha preteso la propria, una voglia di riscatto dalla miseria che è diventata rivalsa. Vista dall’alto la pianura è spaventosa: le aree produttive segnano il territorio senza criterio e senza logica. Lo scontro tra i questi due mondi è ancora in corso: l’assalto edilizio è tanto più forte là dove sono più presenti gli elementi storici e naturali che valorizzano il paesaggio. La nuova edilizia li distrugge accaparrandosi il valore della creazione divina e del lavoro di generazioni di uomini e trasforma i segni del tempo passato in icone di cattivo gusto: quattro sassi seregni sull’intonaco delle facciate e il macinacaffè della nonna sulla mensola in cucina. Ma quando tutto sembrava definitivamente perduto, il colpo di scena: le vacanze low cost rendono le Maldive più economiche del mantenimento delle seconde case, la manifattura industriale si sposta in Asia e in Europa orientale e i nuovi capannoni restano vuoti. Il XXI secolo si apre con una nuova l’evidenza: la ricchezza duratura si produce specialmente con beni immateriali: conoscenza, ricerca, brevetti, cultura, computer… Resta l’ostinazione di amministratori locali che ripropongono ancora lo stesso anacronistico modello di sviluppo fondato su un’ espansione edilizia che arricchisce pochi subito e depaupera il territorio per sempre, ma è anche cambiato nelle persone la percezione della qualità ambientale desiderata. Adesso non la passano più liscia, come dimostrano i comitati in Valpolicella e la resistenza della gente di San Zeno contro l’operazione Valmasson. Con l’ottimismo della ragione e della speranza si comincia ad intravedere la fine di un epoca ...

 

 




   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

legenda icone

  interventi standard

  risposte ad altri interventi

 

filo diretto (blog)

  ultimi interventi

  inserisci nuovo

  regolamento